La malattia della vergogna, portata in Europa dai marinai di Colombo

Una mostra a Roma ne racconta la storia

Secoli di discriminazioni e paura, causati da una malattia che si pensava sepolta nei libri di storia e invece drammaticamente ancora attuale

Brodo di tartaruga, unguenti di polvere di corallo, decotto di legno santo, fumigazioni a base di mercurio nero, galletti neri e rane sezionate. Attingevano a pratiche tradizionali e magiche i medici e i farmacisti impegnati nella ricerca del “medicamento giusto” per combattere il terribile flagello del mal francioso.

Era la fine del ‘400 e la sifilide entrava nella storia del mondo occidentale, divenendo presto un’immane tragedia sanitaria e sociale.

La malattia fece la sua prima comparsa a Barcellona nel 1493, portata in Europa dai marinai di Cristoforo Colombo. I porti erano i principali punti di contagio, che avveniva soprattutto per via sessuale, ma anche attraverso i tatuaggi cui si sottoponevano marinai e braccianti.

La malattia fu portata in Italia dall’esercito mercenario di Carlo VIII di Valois, che nel 1495 aveva occupato Napoli. Lo stesso sovrano, noto per le sue intemperanze sessuali, si ammalò di sifilide, tanto da poter essere considerato il «paziente zero», il primo documentato.

Un medico veneziano ne descrisse così gli effetti: “Tutto il corpo acquista un aspetto così ripugnante, e le sofferenze sono così atroci, soprattutto la notte, che questa malattia sorpassa in orrore la lebbra, generalmente incurabile, o l’elefantiasi, e la vita è in pericolo”.

Per il mondo scientifico, la sifilide fu una vera dannazione: medici, speziali, farmacisti, ciarlatani si cimentarono nella ricerca del “medicamento giusto”, attingendo a credenze, pratiche tradizionali e magiche, o affidandosi all’osservazione personale. Salassi e purganti per eliminare la “materia peccans”, abluzioni e unguenti, rimedi stregoneschi come l’uso di galletti neri o rane sezionate sulle piaghe.

Una pratica molto diffusa era l’uso di mercurio, con cui i pazienti venivano strofinati da una a quattro volte al giorno, in una camera ermeticamente chiusa davanti a un fuoco divampante. Dopo la frizione venivano messi a letto, avvolti accuratamente in parecchie coperte di lana. Lì erano obbligati a restare per trenta o quaranta giorni, senza mai cambiare la biancheria, affinché il mercurio producesse i suoi benefici effetti.

Soltanto Gabriele Falloppio, nel ‘500, ebbe l’intuizione di raccomandare l’igiene e l’uso di preservativi, anche se di tela e imbevuti di decotto di genziana, polvere di corallo e brodo di tartaruga. Ovviamente fu tutto inutile.

Le ripercussioni sociali di tale morbo furono devastanti. Alla malattia fu ben presto collegata la condanna morale, di cui furono vittime soprattutto le donne. Ingiustamente discriminate, furono prima bollate come causa immorale del flagello e poi rinchiuse nelle carceri o tra le mura delle case chiuse. Molte mogli e madri, contagiate dai mariti che frequentavano le case di piacere, per la vergogna e per la paura dell’internamento, sceglievano di non chiedere soccorso medico. Spesso, ripudiate dai mariti, si trovavano a doversi prostituire per sopravvivere, diventando così ulteriori veicoli di infezione. Ci fu anche chi scelse la via della prostituzione maschile, nell’illusione di evitare il contagio. Soltanto la diffusione degli antibiotici e infine la legge Merlin, emanata il 2 febbraio del 1958, avrebbe portato la legislazione verso un maggior rispetto della dignità femminile.

Il Museo delle Civiltà di Roma ha scelto di aprire uno squarcio su una malattia che si pensava sepolta nei libri di storia, e che invece è drammaticamente ancora attuale. Lo ha fatto con una mostra, intitolata: “La malattia della vergogna. Una notte da Venere il resto della vita con Mercurio”, che raccoglie reperti di storia della medicina, documenti, quadri e ricostruzioni che su un’immane tragedia sanitaria e sociale.

Il coordinatore del Museo e curatore della mostra, Gaspare Baggieri, spiega qual è il messaggio lanciato dall’iniziativa: “il pericolo delle malattie a trasmissione sessuale non è certo scomparso. La sifilide, malattia a contagio sessuale (tutt’ora presente, ma curabile), è stata sostituita oggi dalla sindrome di immunodeficienza acquisita, malattia quest’ultima che si è sviluppata, nelle paure e nell’immaginario collettivo, con processi analoghi. L’informazione sulla prevenzione è ancora insufficiente e spesso si limita banalmente a propagandare il solo uso del preservativo, senza proporre una vera educazione alla sessualità e al controllo delle pulsioni”.