Facebook: ecco dov’è finito il tesoro dell’Isis

Social media nuova frontiera del contrabbando

Papiri, gioielli, statue, oggetti di culto. Rubati durante la guerra, ora in vendita su Internet

Sarebbero almeno 90 i gruppi su Facebook, la maggior parte accounts in arabo, connessi al contrabbando di reperti mediorientali. In rete si può trovare di tutto: mosaici, statue, bassorilievi, ma anche unguentari, vasi, corredi funebri. Gli oggetti vanno dall’età del ferro e dal periodo preclassico fino all’epoca romana. Si tratta di opere d’arte che non provengono da musei né da collezioni di arte. I trafugamenti avvengono in siti archeologici poco custoditi di Siria e Iraq o in aree deputate ad essere oggetto di scavi nel futuro. Si scava, si nasconde, si contrabbandano antichità di cui non si conosce l’esistenza.

A portare alla luce il mondo del traffico di opere d’arte in Medio Oriente, è Amr al-Azm. Prima funzionario statale siriano incaricato dei reperti archeologici, da alcuni anni Professore di storia e antropologia mediorientale all’Università di Shawnee, nell’Ohio, Amr al-Azm dirige il progetto Athar, dedicato al monitoraggio delle opere dell’Antichità.

Secondo quanto scoperto, il grosso dei saccheggi di mosaici, statue, monili, bassorilievi da siti, musei, luoghi sacri è avvenuto dal 2012 al 2015 e la maggior parte delle antichità è già dentro quel fiume del contrabbando di antichità ora disponibile online.

“Dall’estate del 2012 abbiamo chiuso i musei e portato al sicuro migliaia di oggetti. Ma sono circa mille i siti archeologici e religiosi che non abbiamo potuto proteggere”, spiega Maamoun Abdulkarim, archeologo e da poco ex direttore generale delle Antichità e dei Musei del Ministero della Cultura siriano. “Siti spesso ripuliti a più riprese: prima dalle milizie e poi da gente comune che tornava a raccogliere quel che restava. So di ex manovalanza impiegata nelle missioni archeologiche internazionali, poi interrotte con la guerra, che ha scavato per conto proprio o per conto dei jihadisti”, racconta Alberto Savioli, esperto di Siria, archeologo e membro del progetto Land of Nineveh dell’Università di Udine.

Va dai 100 ai 300 milioni di dollari il valore delle opere rubate solo dall’Isis, ma il mercato complessivo è stimato dai 3 ai 5,7 miliardi di dollari: tutti i protagonisti della guerra, milizie, gruppi jihadisti ed eserciti regolari, hanno reso questo traffico una delle proprie forme di autofinanziamento.

È molto difficile intercettare i malfattori per tempo: una volta postate le richieste o la merce offerta, le discussioni vengono deviate on-line su Whatsapp, rendendo più difficile il loro monitoraggio.

Alcuni utenti diffondono addirittura richieste specifiche relative ai reperti che vorrebbero. Il che si traduce in un incentivo per i trafficanti, capaci oggi di conoscere in anticipo la domanda e quindi di pianificare meglio la loro attività.