[:it]Controlli sui conti correnti bancari: nessuno è escluso[:]

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La sentenza della Corte di Cassazione

Davanti al fisco siamo tutti uguali. I controlli sui movimenti del conto corrente si rivolgono a tutti i contribuenti, inclusi i lavoratori dipendenti e i disoccupati

Nessun conto corrente è al sicuro dai controlli del Fisco. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. ord. n. 104/19 del 4.01.2019), ha chiarito una volta per tutte che “la qualifica soggettiva del contribuente, sia esso imprenditore, professionista o dipendente, non assume alcuna rilevanza ai fini dei controlli fiscali”. L’Ente di riscossione nazionale può accedere ai conti bancari di qualsiasi contribuente per verificare la regolarità delle transazioni.

Non esistono più, come è stato fino a qualche decennio fa, contribuenti più esposti alle indagini tributarie (imprenditori, commercianti e professionisti) e altri meno: i controlli sui conti correnti privati non lasciano fuori nessuno e, peraltro, sono tutt’altro che rari. Ma fino a dove possono spingersi i controlli sui conti correnti privati e quali sono i soggetti più a rischio?

Anche se si parla di “controllo dei conti correnti”, in realtà l’indagine dell’amministrazione finanziaria può riguardare qualsiasi rapporto intrattenuto tra il cliente e l’istituto di credito: libretti di deposito, libretti postali, conto di gestione titoli, cassette di sicurezza, carte di credito e prepagate, prodotti finanziari e assicurativi, cambio di assegni, bonifici e versamenti.

Le indagini non devono necessariamente partire dalla segnalazione di un privato: di recente la Cassazione ha ritenuto lecito anche l’accertamento partito da una denuncia anonima.

Esistono due tipi di controllo. Il primo consiste nella richiesta di documentazione alla banca o alle Poste avanzata dall’ufficio che sta eseguendo l’indagine. Lo scopo di tale accertamento è quello di procurare all’ufficio tutta la documentazione attinente ai rapporti in essere tra l’intermediario finanziario e il contribuente. Si instaura quindi un rapporto diretto tra l’ufficio delle imposte e l’intermediario finanziario che sarà tenuto a dare tutte le informazioni e la documentazione che l’accertatore richiede.

Il secondo tipo di controllo bancario viene fatto senza bisogno dell’accesso in filiale per il reperimento dei documenti: le autorità possono ora conoscere i saldi e le movimentazioni bancarie (bonifici, versamenti, apertura di conti e cassette, gestione titoli, ecc.) solo interfacciandosi telematicamente con l’Anagrafe dei rapporti finanziari, il maxi database costituito dalle informazioni periodicamente inviate dalle stesse banche. Il tutto senza neanche muoversi dalla propria scrivania.

Quali tipi di movimentazioni creano i maggiori sospetti? A dirlo è l’art. 32 Dpr 600/1973: “tutti i versamenti di denaro o i bonifici ricevuti sul conto corrente, generano una presunzione. Si presumono cioè, essere pagamenti ricevuti dal contribuente. Ora, se questi ha indicato tali proventi nella propria dichiarazione inviata annualmente all’Agenzia delle Entrate, non rischia nulla. Se invece non ha dato notizia di tali accrediti, può subire un accertamento fiscale. La presunzione derivante dalle indagini bancarie trasferisce sul contribuente l’onere della prova: è lui a dover dimostrare in modo analitico l’estraneità di ciascun movimento rispetto a fatti imponibili.

Il controllo sui conti correnti è retroattivo e si spinge fino a:

  • cinque anni prima, per chi ha regolarmente presentato la dichiarazione dei redditi. In tal caso, il controllo atterrà alla mancata indicazione degli elementi di reddito sulla predetta dichiarazione;
  • sette anni prima, per chi non ha mai presentato la dichiarazione dei redditi.

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